Rainer Maria Rilke

da “Lettere a un giovane poeta”   traduzione di Leone Traverso

pagg. 57-58

Piccola Biblioteca ADELPHI

E se torniamo a parlare della solitudine, si chiarisce sempre più che non è cosa che sia dato scegliere o lasciare.  Noi siamo soli.  Ci si può ingannare su questo e fare come se non fosse così.  È tutto.  Ma quanto è comprendere che noi lo siamo, soli, e anzi muovere di lì.  E allora accadrà che saremo presi dalle vertigini; ché tutti i punti, su cui il nostro occhio usava riposare, ci vengono tolti, non v’è più nulla di vicino, e ogni cosa lontana è infinitamente lontana.   Chi dalla sua stanza, quasi senza preparazione e trapasso, venisse posto sulla cima di una grande montagna, dovrebbe provare un senso simile: un’incertezza senza uguali, un abbandono all’ignoto quasi l’annienterebbe.  Egli vaneggerebbe di cadere o si crederebbe scagliato nello spazio o schiantato in mille frantumi; quale enorme menzogna dovrebbe inventare il suo cervello per recuperare e chiarire lo stato dei suoi sensi. …….   Ma è necessario che noi consumiamo anche questa esperienza.

 

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