4) IMI MATERIALI VARI

Da Luciano Zani  Vuoto della memoria pagg. 7 – 8 – 9

La rimozione  della sorte degli IMI, cominciata il primo giorno del loro internamento, prosegue dopo la loro liberazione, sia per le difficoltà obiettive ad organizzare un efficiente meccanismo di accoglienza, sia per il disinteresse a una gestione efficace e rapida del loro rimpatrio. Un capitolo a sé stante della storia degli IMI riguarda la loro sorte subito dopo la fine della guerra e prima del rimpatrio, un rapido passaggio dall’illusione alla disillusione. Meglio di ogni altra testimonianza esemplifica questo momento uno straordinario giornale, “La Civetta”, quotidiano di informazione diretto da Giuseppe Battaglini, scritto da e per i militari italiani del campo di Wietzendorf, dalla fine di maggio alla fine di giugno del 1945[1].

Nella sua breve vita il giornale si propone di alleviare l’attesa del rimpatrio, diffondendo le notizie più significative captate alla radio e offrendo spunti di riflessione e di discussione. La prima notizia, riportata nel primo numero, del 24 maggio 1945, esprime l’illusione che mesi di silenzio e di indifferenza siano finalmente finiti:

Radio Milano ha parlato di noi per bocca di un delegato dei democratici cristiani che così si è espresso: “Milanesi, offrite il vostro aiuto per chi ha lottato e sofferto per voi, ai patrioti che hanno combattuto e ai nostri fratelli che nei lager di Polonia e Germania hanno saputo resistere agli allettamenti e alla fame cui i Nazi li hanno sottoposti per costringerli al lavoro”.

Noi non commentiamo. Attendiamo ansiosi che dalle parole si passi ai fatti.

Poche ore dopo, un proclama di Radio Milano viene diffuso in edizione straordinaria dal servizio stenografico de “La Civetta”:

Ritornano i fratelli dalla Germania, ritornano dai loro dolori, sofferenze e ignominie […]. Sono quelli che hanno maggiormente sofferto sono quelli che hanno fermamente creduto […]. L’Italia della libertà degli ideali li accoglie commossa […]. Non portano più appiccicato l’ignominioso rettangolo con le tre parole dell’infamia: IMI. Internati militari italiani. Ma l’infamia del nemico essi l’avevano trasformata in un simbolo di gloria. Italiani martiri innocenti.

E’ quello che gli IMI si aspettano, a parziale risarcimento di lunghi mesi di sofferenze e di silenzio:

Abbiamo atteso pazientemente per 20 mesi una buona parola che ci aiutasse a resistere. L’abbiamo attesa con ansia in ascolto alle radio clandestine. Solo ora da Milano appena liberata abbiamo la certezza che i veri italiani hanno riconosciuto il valore del nostro sacrificio.

Ma le parole restano parole, soffocate da un silenzio ancora più fragoroso. Mentre sale, dalle pagine del giornale, la protesta, incanalata in una satira sempre più mordace e corrosiva, nei confronti del regime di semilibertà, via via più fitto di restrizioni e divieti, imposto dal Comando inglese del campo,  le reiterate richieste di intervento del governo italiano,  sotto forma di invio di commissioni italiane sul posto, cadono nel vuoto.

[1] “La Civetta, quotidiano informativo del settore Genova” è conservato nell’Archivio ANEI. Ne devo la conoscenza a Sabrina Frontera, autrice di una brillante tesi di laurea sul campo di Wietzendorf, discussa nel febbraio 2005 nella Facoltà di Sociologia dell’Università di Roma “La Sapienza”, con me come relatore.

Il comandante italiano del campo, tenente colonnello Pietro Testa*, decide allora di tentare un contatto diretto, inviando in Italia il tenente cappellano don Luigi Pasa, con una relazione per il Ministero della Guerra e una lettera per il Papa[1]. La relazione[2], pur nella necessaria sobrietà, documenta, insieme allo “stato di umiliazione e di offesa” subìto da oltre 5 mila tra ufficiali e soldati, la colpevole latitanza delle autorità italiane: “Il problema degli italiani in Germania è tale da richiedere grandi cure per la loro immediata organizzazione e per il rimpatrio. Io ho inviato due telegrammi a codesto Ministero rappresentando l’assoluta urgente necessità che vengano qui delle commissioni ufficiali per risolvere i gravi problemi. Per ora me ne sto occupando io di mia iniziativa […]. Vedo invece ovunque commissioni di tutte le nazionalità (russe, polacche, francesi, olandesi, belghe) ma non italiane. Questo fatto mi è stato rinfacciato dalle Autorità britanniche: “Perché non c’è qui alcuna commissione italiana?”. […]

Tutti i turbamenti spirituali, le delusioni, le sofferenze sono state superate dalla volontà di resistere di non cedere al nemico della Patria. Invano per lunghi mesi è stata attesa una parola di conforto dalla vera Italia, un qualsiasi segno che parlasse di comprensione, di incitamento a resistere. Forse queste parole ci sono state, ma non hanno potuto superare le chiusure ermetiche dei campi.

Ora è necessario che l’Italia libera si occupi, pur attraverso alle enormi difficoltà che sono qui ben comprese, di questi figli che aspettano.”

L’attesa sarà ancora lunga. La relazione, del 9 maggio 1945, non ottiene alcuna risposta, né miglior sorte avevano avuto numerose altre “comunicazioni telefoniche e scritte inviate con i mezzi più disparati”: “Sembrava che l’Italia fosse come l’al di là; ciò che vi andava non faceva ritorno ed invece noi stavamo attaccati tutto il giorno alla radio sperando di sentire qualche cosa da quella parte”[3].”

L’al di là: l’espressione racchiude in sé la separazione tra le storie, storie diverse, di mondi diversi. E apre la strada al vuoto di memoria.

Il 23 giugno, subito dopo l’abolizione della libera uscita e l’imposizione di tre appelli giornalieri sancite dal comando inglese di Wietzendorf, “La Civetta”, formulando per l’ennesima volta “una richiesta di protezione e di assistenza diretta”, scrive[1]:

E’ una vergogna che il Governo Italiano non abbia mandato che due sparuti ufficiali, che noi non abbiamo mai visti, per proteggere tutti gli italiani del nord della Germania. In Italia invece di organizzare dei tea di beneficienza a favore degli ex IMI dovrebbero pensare a mandare in Germania qualche centinaia di persone intelligenti e ben vestite per proteggerci ed assisterci.

[1] Gian, I primi risultati, “La Civetta”, 23 giugno 1945.

[1] P. Testa, Wietzendorf, Leonardo, Roma, 1947, p. 153.

[2]AUSSME, Diari Storici dello Stato Maggiore del Regio Esercito, b. 3039; la relazione è riprodotta in P. Testa, Wietzendorf, cit., pp. 250-252.

[3] Ivi, p. 165.

*questa NOTA è mia: Pietro Testa, anima della resistenza ai tedeschi nel campo di Wietzendorf, come ufficiale anziano e per la sua autorità morale, era di Zara.

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Da C. Sommaruga “L’INTERNAMENTO: MEMORIA e RIMOZIONE” pagg.92 – 93  in “DOPO IL LAGER” a cura di C. Sommaruga e altri

In patria molti credevano che gli internati avessero soltanto evitato i rischi di un nuovo fronte di guerra, consegnandosi ai tedeschi e lavorando per loro. È bene ricordare che Badoglio annunciò che l’esercito avrebbe reagito ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza. Poi passarono tre giorni perché radio Bari indicasse i tedeschi come “nemici” e ce ne vollero altri quattro perché Badoglio invitasse a combatterli (ma senza piani, mezzi e comandi!). È sorprendente che il 29 settembre, quando ormai i tedeschi avevano consumato a Cefalonia e a Corfù l’eccidio della “Acqui” ed altri ne perpetravano in Albania e in Jugoslavia, Eisenhower chiedesse al nostro Stato Maggiore se si rendeva conto del trattamento riservato ai soldati italiani disarmati dai tedeschi (“combattenti di guerra non dichiarata”), al che il Gen. Ambrosio ammise che certamente i tedeschi li avrebbero considerati ” partigiani passibili di fucilazione” (cfr. p. es. P.G. Bellocchio, L’astuzia delle passioni Rizzoli Milano 1995). Tuttavia Badoglio si decise a dichiarare guerra alla Germania dopo altre due settimane, il 13 ottobre. I nostri caduti e dispersi nella “prima resistenza”, particolarmente nei Balcani e in Grecia, superarono i 28.000 (di cui almeno 5.800 prigionieri “giustiziati”).

Con queste colpevoli titubanze, si comprende anche come il Regno d’Italia si disinteressò completamente degli IMI, e con esso la CRI del “sud”, senza contestare il mancato riconoscimento dello “status” di prigionieri di guerra ai nostri militari catturati dai tedeschi……

….I prigionieri del nostro esercito regolare ( il C.I.L.*), catturati dai tedeschi, vennero invece considerati e trattati secondo la convenzione di Ginevra e tenuti rigorosamente separati dagli IMI.

*C.I.L.  Corpo Italiano di Liberazione

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 Internati militari italiani noti:  Giovanni Guareschi (scrittore e giornalista), Alessandro Natta (segretario del PCI), Giuseppe Lazzati (costituente e parlamentare), Roberto Rebora (poeta), Paride Piasenti(parlamentare), Oreste del Buono (scrittore e giornalista): altri potrò aggiungere a questo elenco quando ne troverò citati i nomi.

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Sempre da C. Sommaruga “L’INTERNAMENTO: MEMORIA e RIMOZIONE” pag.104 – nota pag.114  in “DOPO IL LAGER” a cura di C. Sommaruga e altri

Nel 1945 il Col. Pietro Testa depositò al Ministero della Guerra, diventato poi della Difesa, 12 casse che contenevano gli archivi italiani e parte di quelli tedeschi dell’Oflag. 83 e di altri campi, come lo Straflager (campo di punizione) di Colonia, dove furono mandati 360 ufficiali che proprio si rifiutavano di lavorare, i verbali di discriminazione degli ufficiali internati e le liste dei collaboratori militari e dei lavoratori volontari, denunce di crimini di guerra perpetrati dai nazisti. Dal 1965 queste 12 casse sono introvabili.

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Da Raimondo Finati pagg. 46 -47   “DAL RITORNO DEGLI I.M.I NEL 1945 AD OGGI: CINQUANT’ANNI DI RIMOZIONE ED OBLIO. IL LENTO TARDIVO RISVEGLIO” in  DOPO IL LAGER a cura di C. Sommaruga

Discriminazione: “Distinzione operata nel corso di un giudizio in cui si viene dichiarato esente da responsabilità penali ed amministrative” secondo l’Oli – Devoto. Il certificato di discriminazione serviva per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Verbali di discriminazione: al loro ritorno i militari internati in Germania furono giudicati da apposite commissioni alle quali ogni militare dovette rilasciare una dichiarazione scritta, con la descrizione del comportamento da lui tenuto durante l’internamento, l’elenco dei lager in cui era stato e i motivi di una sua eventuale collaborazione con i tedeschi.  Ciascuno fu interrogato dalla commissione.

Questa è una mia breve rielaborazione di un capitoletto più ampio: non ho trovato critiche a queste commissioni, ma solo alle talora strampalate circolari ministeriali che erano costrette ad applicare e che talvolta finivano per penalizzare proprio quelli che avevano più resistito. L’unica osservazione che, autonomamente, mi sento di fare, è che i membri di queste commissioni erano militari che non avevano sofferto la fame, gli stenti e le umiliazioni patite dalle persone che erano chiamate a giudicare.

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Dalla lettera alla moglie di un ufficiale medico (25 luglio 1944)  Avagliano Palmieri pag.136

“….A voce potrò contarti molte cose. Potremmo passare giorni e notti l’uno accanto all’altra, a chiedere e rispondere su un’infinità di cose che tu supponi neppure: di cose che ho visto ed ho sentito, di fatti che ho intuito dalla prudenza dei segni e dall’eloquio delle occhiate….”

Credo che questa frase esprima meglio di altre il grande desiderio di confidarsi, di aprire il cuore sulle tragedie viste e vissute, in famiglia soprattutto.  Troppi invece sono rimasti delusi e hanno scelto la strada del silenzio.

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4 commenti

  1. grazie per l’attenzione ai miei scritti.

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  1. “UNA PAGINA DI STORIA QUASI SCONOSCIUTA” di PAPAGENA | poesie e altro
  2. RICORDIAMOCI ANCHE DI LORO! | SCRITTI di PAPAGENA
  3. RICORDIAMOCI ANCHE DI LORO! IMI LA FAMIGLIA | SCRITTI di PAPAGENA

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