2) IMI Il crollo della Germania e il ritorno

Negli ultimi mesi e durante il crollo finale della Germania nell’aprile maggio del 1945 le condizioni di vita degli IMI e di altri deportati peggiorarono: prima di tutto la generale mancanza di cibo, che colpiva anche i tedeschi, unita ai trasferimenti a marce forzate nelle regioni più interne del Reich, insieme con altri deportati e prigionieri di guerra. Diversi vennero uccisi  per lo più dai nazisti e dalla Gestapo nella rabbia della sconfitta e per evitare disordini o non lasciare testimoni scomodi (le interpretazioni sono diverse); altri dai bombardamenti, o, sopravvissuti a questi, mentre vagavano senza meta per le città alla ricerca di cibo, mendicando o rubando, vennero uccisi con l’accusa di saccheggio. Oppure scavando trincee sulla linea del fronte si trovarono in mezzo ai combattimenti.

Quelli che venivano dall’Est, mescolati alla fiumana della popolazione tedesca in fuga, ne ricavarono anche più degli altri un’impressione di apocalisse, che aumentava l’ansia per quello che avrebbero potuto trovare in Italia. I dati che ho trovato sugli uccisi negli ultimi due mesi sono ricavati dagli storici Gerhard Schreiber e Gabriele Hammermann (riportati in Avagliano Palmieri pag. 300 note 2 e 3) parlano di 500 o 600 persone; non comprendono i morti di stenti e sotto i bombardamenti o per altre cause.

Tentativi di rimpatriare in modo organizzato gli ammalati non più in grado di lavorare furono fatti dalle autorità tedesche e della Rsi anche a scopo propagandistico, ma ormai la RSI non era in grado di gestire un rimpatrio assistito adeguato e i racconti di chi era ritornato risultavano controproducenti  per la propaganda.

La liberazione avvenne ad opera degli Alleati Occidentali e dell’Unione Sovietica

       Unione Sovietica: gli IMI furono inquadrati in battaglioni di lavoro per sgombero delle macerie, sminamento e lavori di ricostruzione delle infrastrutture, strade, ponti; alcuni furono portati nell’interno dell’US e il loro rimpatrio avvenne molto più tardi. In generale i rimpatri degli ex internati sottoposti ad amministrazione sovietica durarono più a lungo: sugli uomini pesò in particolare la mancanza di contatti con i familiari, l’isolamento. L’Unione Sovietica non aveva aderito alle convenzioni internazionali sui prigionieri, non consentiva l’intervento della Croce Rossa e non permetteva scambi epistolari con le famiglie.

Fra gli Alleati Occidentali furono gli americani a trattarli meglio, sia come cibo sia come vestiario: così avvenne che i civili tedeschi venissero a mendicare cibo dagli internati, che ne davano ai bambini; francesi e britannici li disprezzavano e li consideravano ancora nemici alla pari dei tedeschi. Ma comunque tutti li rimpatriarono dopo i prigionieri di guerra occidentali e sovietici ; gli italiani erano pur sempre stati alleati della Germania nazista.

L’Italia dopo la fine della guerra si trovò ad affrontare il rientro di circa 1.400.000 uomini fra prigionieri, deportati, internati ed altre categorie. Già nell’aprile 1944 Pietro Gazzera ebbe l’incarico di Alto Commissario per i prigionieri di guerra. Il 31 luglio 1945 fu istituito il ministero dell’assistenza postbellica guidato da Emilio Lussu, che doveva occuparsi della distribuzione dei soccorsi e della reintegrazione degli ex prigionieri, mentre il ministero della Guerra doveva occuparsi del rimpatrio e della raccolta nei campi di accoglienza.   Le difficoltà di un rientro organizzato furono tali che molti uomini tornarono autonomamente a piedi per poi farsi riprendere dagli Alleati e distribuire in campi di raccolta.  Parteciparono all’opera di rimpatrio e assistenza anche la Croce Rossa italiana, l’Opera  pontificia di assistenza e diverse altre organizzazioni che in questo breve riassunto non è possibile ricordare.  La situazione rimase però molto critica, fra ammalati, in particolare di tubercolosi, problemi igienici e di vestiario, posti letto; le strutture dei campi di accoglienza in Italia erano in gravi difficoltà. Molti ex internati morirono allora.  Non si conosce esattamente il numero dei  morti nei lager e per i lager: ho letto diverse cifre che vanno sui 40mila accertati, forse 50mila (da Avagliano Palmieri pag. 300 e nota n. 4, ma sono solo indicative.

  • Qualche parola in più va spesa per ricordare quelli che, provenendo dall’Adriatico Orientale, tornando a casa dovettero affrontare una nuova terribile tragedia: fra questi Gianni Giuricin, socialista, scrittore “Così fu fatto”, membro della delegazione giuliana del CLN alla conferenza di pace a Parigi.

Si aggiunse a quanto detto prima il fatto che venne usato un criterio politico sia per l’assistenza sia per gli aiuti in denaro (la paga spettante ai soldati e non corrisposta in prigionia): fu data la precedenza ai partigiani e gli ex internati si sentirono esclusi, incompresi, spesso sospettati di collaborazionismo col nemico dai connazionali e dal governo stesso, considerati solo dei vinti.

“…Per chi fu il nostro sacrificio dunque? Per chi abbiamo rifiutato di collaborare col nemico?”  Da una lettera di protesta di un gruppo di reduci (in Gabriele Hammermann cap. 8 pag. 346 Gli internati militari in Germania 1943 – 1945: libro da cui ho tratto gran parte di questa pagina).  Ci furono due grandi manifestazioni di protesta, a Venezia e a Torino, per il trattamento subito.

A questa situazione contribuì il fatto, prima menzionato, che gli Alleati li considerarono “ex alleati del nemico” o perfino collaborazionisti (quelli che erano stati trasformati in lavoratori civili): la posizione degli Alleati condizionò non poco diversi organi dello stesso governo italiano, che arrivarono a considerarli volontari, in particolare in alcuni periodi della loro prigionia, equiparandoli così a quelli che avevano optato per la RSI o per le SS.

Inoltre la catastrofica situazione del bilancio fece sì che il ministero delle Finanze facesse di tutto per respingere le richieste di risarcimento.

Il governo inoltre temeva che si ripetesse quanto avvenuto dopo la Grande Guerra con le organizzazioni dei reduci che avevano contribuito alla nascita del fascismo.

Riprendo queste frasi significative di Avagliano e Palmieri:

Oltre che ignorati, gli Imi sono anche scomodi, per un motivo o per un altro invisi a tutte le componenti politiche, culturali e istituzionali del nuovo arco costituzionale: le forze della Resistenza non vogliono condividere con loro il monopolio della memoria che stanno instaurando intorno alla Liberazione, la cultura politica di sinistra vede in loro una parte consistente dell’esercito che ha condotto la guerra d’aggressione fascista prima dell’8 settembre, l’area più conservatrice li considera invece la prova vivente della disastrosa gestione dell’armistizio di cui i propri esponenti sono responsabili, mentre per le forze di destra e le nuove gerarchie militari essi incarnano un passato fallimentare da dimenticare a tutti i costi.” Pagg. 305 – 306  Il corsivo e il grassetto sono miei.

L’onore militare e l’amor di patria, per cui si sono sacrificati, non erano più di moda perché ricordavano l’atmosfera culturale fascista,  sostituiti da altri ideali e parole d’ordine: il Paese era diverso e non ascoltava la loro storia.   Su questo silenzio ufficiale durato molto a lungo, sulle difficoltà incontrate nel parlare anche con le persone più vicine e sulle diverse interpretazioni delle loro vicende tornerò più avanti.

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5 commenti

  1. marinaraccanelli

     /  11 giugno 2015

    Per questo articolo, come per il precedente sugli IMI, ovviamente il mio consueto “mi piace” non va ai fatti presentati, che al contrario fanno indignare e fanno piangere, ma va al tuo approfondimento e all’ esposizione, chiara e adatta ad aprire un mondo, per me e purtroppo per moltissimi, ignorato. Per quanto mi riguarda sono avvenimenti di cui avevo appena una superficiale percezione; questa tua sintesi e coordinamento di testi vari, che sicuramente è frutto di ricerche, letture e riflessioni lunghe e non prive di profondi disagi interiori, mi fanno comprendere la vastità del fenomeno, che coinvolge le sofferenze fisiche e psicologiche, e le ingiustizie sopportate durante e , ancor peggio, dopo la guerra da migliaia di persone…persone che avevano scelto di non collaborare con i nazisti, e furono trattate come se lo avessero fatto!
    Ti sono riconoscente per avermi aperto gli occhi e mi augurerei che fosse possibile che tu riuscissi a propagare le tue conoscenze il più possibile.

    Piace a 1 persona

    Rispondi
  2. Grazie per la pazienza con cui leggete queste pagine, lunghe e forse noiose, ma sofferte. Vorrei dare un’idea un po’ più organica di quello che molti di noi conoscono, a malapena, per frammenti dalla memoria familiare e quasi per niente da quella pubblica. Naturalmente in un Paese che continua a parlare del “dovere della memoria” c’è una strana memoria troppo selettiva.

    "Mi piace"

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  1. “UNA PAGINA DI STORIA QUASI SCONOSCIUTA” di PAPAGENA | poesie e altro
  2. RICORDIAMOCI ANCHE DI LORO! | SCRITTI di PAPAGENA
  3. RICORDIAMOCI ANCHE DI LORO! IMI LA FAMIGLIA | SCRITTI di PAPAGENA

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