3) IMI CONSIDERAZIONI FINALI

In questo breve riassunto ho sorvolato su diversi punti, tutti meritevoli di maggiore attenzione: innanzitutto sull’8 settembre con il comportamento del re, del governo, delle alte gerarchie dell’esercito, dell’esercito stesso e dei tedeschi; poi sui rapporti fra il Reich e la RSI con le concessioni che il Reich faceva ogni tanto per non indebolire Mussolini agli occhi degli italiani, come l’organizzazione di un Servizio Assistenza Internati, il SAI, che doveva sostituire la Croce Rossa nel rifornire gli internati di pacchi dalle famiglie, e che vi riuscì solo molto parzialmente.

Inoltre ci sarebbe molto da dire sulle differenze fra campi per soldati e sottufficiali da una parte, e campi per ufficiali dall’altra: questi ultimi non erano tenuti a lavorare, ma pochissimi (furono però pur sempre circa 6000 fra i quali Giovanni Guareschi) riuscirono a tener duro fino alla fine: infatti i tedeschi negli ultimi disperati mesi di guerra li utilizzavano comunque d’autorità per sgomberare macerie e scavare trincee. Altre differenze fondamentali di trattamento esistevano fra i campi per deportati, Dachau, Buchenwald, e i campi di sterminio veri e propri da una parte, e quelli per prigionieri di guerra garantiti dalle norme internazionali e assistiti dalla Croce Rossa, l’élite dall’altra.   Gli internati stavano più o meno nel mezzo.

Mi interessa di più in questo contesto accennare al rapporto con i connazionali: dall’indifferenza delle autorità che, anche dopo la liberazione da parte degli Alleati, non mandarono nei campi commissioni incaricate di occuparsi degli internati, alla faciloneria e all’ignoranza con le quali a tutti i livelli poteva essere trattata la loro vicenda.

  • “Ma perché l’hanno fatto? Dovevano lavorare, almeno mangiavano.” Ferruccio Parri. ( E altri, nazisti, fascisti e gli stessi “liberatori”, citato in “Dopo il lager” a cura di C. Sommaruga pag.87 da B. Betta 3653 giorni Temi Trento 1992 pag. 229

riferito al nucleo di irriducibili ufficiali  che aveva cercato il più possibile di non lavorare per i tedeschi.

Oppure l’accusa di essersi arresi senza combattere, cioè di essere vili, perché i tedeschi erano riusciti a impadronirsi di un numero enorme di uomini e mezzi con la promessa del rimpatrio qualora avessero consegnato le armi. Dal sospetto di collaborazionismo al facile “Chi ve l’ha fatta fare?”   All’accusa, più o meno chiaramente espressa, e in Italia non c’è di peggio, di essere un “fesso”: uno furbo avrebbe aderito alla RSI per mangiare e tornare in Italia, e poi si sarebbe dato alla macchia, magari raggiungendo i partigiani e diventando così un eroe. Diversi che avevano aderito alla RSI si comportarono così.

Dopo un’iniziale considerazione da parte dei partigiani “Che cosa sarebbe successo alla Resistenza se aveste deciso di combattere per la RSI fornendole un esercito consistente?”  e solidarietà per le sofferenze patite (da Vuoto della memoria  di L. Zani), le precedenze accordate ai partigiani nei rimborsi e nei posti di lavoro scavarono un solco fra questi e gli ex internati. Inoltre il ruolo dell’esercito e dei militari nella Resistenza venne sempre più sottovalutato dalla cultura di sinistra, accomunando nelle stesse responsabilità gerarchie e soldati (solo ai partigiani, preferibilmente di sinistra, si doveva riconoscere la dignità di elementi fondatori del nuovo ordine costituzionale). “Indifferenza e tradimento” furono accuse paradossalmente condivise dai fascisti, dagli antifascisti e dai tedeschi.  In questa situazione gli ex internati si chiusero nel silenzio, nell’impossibilità di comunicare un’esperienza dolorosa, complicata e piena di sfaccettature con persone disponibili solo ad un ascolto affrettato e superficiale. La comunicazione fu difficile spesso anche all’interno delle stesse famiglie.

Ma a poco a poco la verità storica cominciava a farsi strada se nel 1964, al Congresso dell’ANEI Ferruccio Parri riconoscerà di aver finalmente apprezzato il valore e il significato della scelta compiuta dagli ex internati; nell’83 sarà Sandro Pertini a riconoscerli; soprattutto negli anni 80 si riaccende l’interesse sugli Imi, fino ad allora portato avanti solo dallo storico ed ex internato Vittorio E. Giuntella, dall’ANEI e da pochi altri storici – memorialisti (per citare due nomi Bruno Betta e Paride Piasenti). Più avanti sono storici tedeschi, come Gerhard Schreiber, Lutz Klinkhammer e Gabriele Hammermann, a scrivere la storia degli Imi senza essere direttamente coinvolti nelle loro vicende, da storici puri, basandosi su vastissime ricerche d’archivio. Gli archivi erano nel frattempo divenuti disponibili.

Da parte degli storici – memorialisti si mette in luce l’aspetto resistenziale della scelta degli Imi, la coscienza che il loro rifiuto aveva il significato di un plebiscito contro il nazifascismo, il senso di fedeltà alla patria; sulla stessa linea Alessandro Natta, noto dirigente comunista ed ex internato, nel suo libro scritto nel 1954 dal titolo estremamente significativo “L’altra Resistenza” . Altrettanto significativo purtroppo è che il libro fu pubblicato circa 40 anni dopo da Einaudi, perché la casa editrice del Partito, Editori Riuniti, allora non aveva dato il suo consenso.   Secondo altri studi, come quello di Luciano Zani, questi motivi furono senz’altro presenti, pienamente in alcuni campi come Wietzendorf e Fallingbostel, luoghi simbolo della Resistenza degli Imi e campi per ufficiali, ma in misura molto varia e mista ad altri motivi nella maggioranza degli internati  secondo la loro situazione di lavoro e di vita.  Fra questi la stanchezza della guerra, l’accettazione passiva dell’abbrutimento dovuto alla fame e alla fatica, il desiderio di non trovarsi alla fine della guerra dalla parte dei perdenti, la paura delle conseguenze sulle proprie famiglie.

Mentre è naturale che gli storici – memorialisti abbiano accentuato gli aspetti eroici di questa Resistenza, non dobbiamo dimenticare che, come si può immaginare, anche la sola sopravvivenza alla fame e al freddo nei lager poteva richiedere compromessi: diversi ufficiali, pur senza aderire alla RSI o al nazismo, quindi mantenendo il loro rifiuto di militari, accettarono di lavorare nei lager per non morire di fame e di stenti (furono solo seimila a resistere fino alla fine); e non siamo noi, da sempre sazi, ad avere il diritto di giudicare le loro scelte. Anche molti di quelli che aderirono alla RSI lo fecero per la fame e per tornare in Italia, e infatti diversi raggiunsero poi le formazioni partigiane.

“I riconoscimenti giuridici collegati all’internamento per premiare i non collaborazionisti come il conferimento del distintivo d’onore “Volontari della libertà” (L. 01 – 12 – 77), come il diploma d’onore di “Combattente per la libertà” (L. 16 – 08 – 83) sono stati tardivi e in parte snobbati dagli stessi internati perché considerati privi di valore e giunti quasi alla fine della vita!”   Raimondo Finati in “Dopo il Lager”

L’ultimo riconoscimento è l’assegnazione di una medaglia d’onore, eventualmente anche ai familiari dei deceduti: anni 2006 – 2007!   Fonte: sito ANEI

Una nota positiva: “Oggi l’ANEI si affianca pienamente e degnamente nei coordinamenti nazionali e locali antifascisti con le altre associazioni della Resistenza: FIVL, FIAP, ANPI, ACIL, ANED, ANPPIA e le altre” La citazione è tratta da C. Sommaruga “L’INTERNAMENTO: MEMORIA E RIMOZIONE” in “Dopo il Lager” a cura di C. Sommaruga e altri, pubblicato nel 1995

Diversi ex internati si sono riconosciuti in altre associazioni, l’ANEI ha sempre cercato di essere apolitica; altre informazioni sono disponibili su vari siti.

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5 commenti

  1. I rapporti con i connazionali furono una delle pagine più difficili per gli IMI, ignorati o trascurati a lungo per ragioni economiche (soprattutto alla fine della guerra la situazione italiana era tragica: tutti ricordano, spero, gli appelli di De Gasperi agli italo americani del Nord e del Sud America perché ci mandassero del cibo), o ideologiche (come ho accennato nella pagina) o dettate dal desiderio di sorvolare sulle pesanti responsabilità degli alti dirigenti dello Stato nella gestione dell’esercito prima, durante e dopo l’8 settembre.
    Purtroppo lo furono spesso anche quelli con le famiglie.

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  2. Letto e apprezzato. Grazie.

    Piace a 2 people

    Rispondi
  1. “UNA PAGINA DI STORIA QUASI SCONOSCIUTA” di PAPAGENA | poesie e altro
  2. RICORDIAMOCI ANCHE DI LORO! | SCRITTI di PAPAGENA
  3. RICORDIAMOCI ANCHE DI LORO! IMI LA FAMIGLIA | SCRITTI di PAPAGENA

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