Prima della Giornata della Memoria

Si avvicina la “Giornata della Memoria”.

Oggi 19 gennaio sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo, che tiene la rubrica delle risposte ai lettori dopo Sergio Romano, risponde a tre lettori, un Internato militare italiano e due figli di IMI raccontando in breve la storia degli  Internati Militari Italiani.  Si rammarica del lungo oblio che l’ha circondata.

Io penso a quanti sono morti senza il conforto di un riconoscimento, anche solo morale.

Perciò guarderò con attenzione in questi giorni sui media se compare qualche trattazione dell’argomento, o almeno qualche accenno o altre lettere, e segnalerò quello che trovo.  RaiStoria  ha una puntata sugli IMI.   Intanto richiamerò la canzone degli internati, che ho pubblicato già l’anno scorso su questo blog citando, ovviamente, la pubblicazione nella quale l’ho trovata.

Sull’8 settembre e le sue conseguenze ho riletto nel frattempo nella sua ultima edizione il bellissimo e ben documentato saggio di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando.  L’armistizio italiano del 1943 e le sue conseguenze”    il Mulino 2006

 

Per leggere Aldo Cazzullo digitare su google:

internati militari italiani ricordiamoli orgoglio

Per la puntata di RaiStoria 2013/14 digitare su google:

internati militari italiani prigionieri del Reich

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Viaggio

Viaggio, sospeso

leggiero tempo fra due

distanti vite.

Coro all’arrivo di Lohengrin

Canto solenne,cigno 1

stupore del divino,

lento risuoni

nell’anima assorta,

trepida attesa

e ciclico ritorno;cigno 9

gioia crescente,

ignoto sprofondare

nella sospesa

beatitudine.

 

 

E QUANDO

E quando il mondo sensibile

che mi chiude nel suo fascino

duro e luminoso,

nella gioia e nella sofferenza,

sarà solo un lontano ricordo,

uscendo dal bozzolo

stupita da nuovi orizzonti,

mi fermerò per un attimo ancora,

desiderosa di conoscere,

prima del volo.

Non avrà fine, forse,

il nuovo viaggio.

10 febbraio GIORNO DEL RICORDO

Il 10 febbraio si rinnova la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Una tribù in via di estinzione si aggira fra noi

            No, non sto parlando dell’Amazzonia, né di efferate cacce all’uomo, vergogna del genere umano, nelle nostre città. Parlo di una numerosa tribù italiana (fino a 350.000), ricca di mescolanze etniche e culturali, scacciata dopo la seconda guerra mondiale dalla propria terra nell’Adriatico Orientale con un “lungo esodo” durato più di dieci anni.   La tribù si assottiglia con il passare degli anni e l’assimilazione quasi completa dei loro figli: di persone nate in quelle terre ormai ne rimangono poche, che invecchiano e scompaiono per lo più in silenzio. Fra queste i miei genitori. Io ho riflettuto, letto molto e cercato di capire le mie radici e quelle della tragedia di un popolo; ho finito per sviluppare una sensibilità acuta per le vicende di popolazioni e gruppi, di cui non si parla o si parla poco, che hanno visto cancellare la propria comunità e la propria cultura, indipendentemente dall’ideologia, dalla religione o dall’origine etnica. Mi sembra in questi casi che si sia aperta una voragine nella consapevolezza di quel che siamo e siamo stati come esseri umani, e quindi che ci sia stata una perdita irreparabile nella memoria umana, della quale non sospettiamo più nemmeno l’esistenza.

Stanno organizzando a Trieste un museo della civiltà istriana e dalmata; quando l’ho saputo mi sono vista per la prima volta, me e la mia famiglia, come un oggetto da museo, invece che come visitatrice: ho capito che stavo per passare nella categoria di quelli il cui mondo è in vetrina, non di quelli che guardano dall’altra parte.

E così sento di appartenere, almeno in parte, ad una popolazione che viene ora ricordata nel momento terribile della sua fine (la guerra, il dopoguerra e l’esodo) e nel periodo che immediatamente la precede (il fascismo). Questo mondo e questi periodi sono stati teatro di uno degli scontri etnici e ideologici più violenti, del tipo che si è verificato in molti Paesi dell’Europa orientale, ma non nella nostra Europa occidentale.

Si continua a tacere, o quasi, sulla ricca e varia cultura che per secoli, dai tempi dell’Impero Romano, è fiorita sulla sponda orientale dell’Adriatico, a prevalente impronta italo- veneziana, ma situata sul punto di incontro e di scontro con i mondi germanico e slavo, con vari e molteplici apporti dall’Oriente.

In generale di queste vicende si è cominciato a parlare apertamente, e con dolorose polemiche, da pochi anni: prima gli appartenenti alla tribù attaccavano invano con archi e frecce e linguaggi antiquati le moderne macchine da guerra del potere politico e culturale. Anche ora l’antica storia viene dimenticata o travisata, strumento politico fra partiti e fra Stati di un passato che non passa: eppure è l’unico bene che la tribù ancora possiede e vorrebbe tramandare ai propri eredi e agli altri uomini.

“Lettera a Ciampi: I Giuliani e l’Italia Adriatica” di Stelio Spadaro

Nel segno di un ricordo condiviso (articolo)

Nel segno di un ricordo condiviso (riflessioni)

Figli

LUCE MERIDIANA

Diffusa luce meridiana

sull’alta erba dorata.

Crode e silenzio,

scuri abeti solitari,

nell’alpeggio isolato.

Aria leggera

come un velo dorato

illumina e nasconde.

NOTTE CON LUNA

Informe pallido incendio

nasce dal mare e si confonde

con l’acqua nera lucente liscia.

Un liquido globo rosso

emerge fra i vapori,

scia di fuoco e metallo brillante.

Sorge la luna nel cielo nero

fra le stelle.

STRISCIA DI VERDE

Striscia di verde

sul bordo dell’acqua

verso il tramonto,

dolce e calda luce

sullo specchio piatto

della laguna, sul muro

di mattoni che alto

costeggia e chiude

dall’altra parte

questo angolo d’isola.

Non so che cosa nasconde,

orti o case, una chiesa,

o un folto di cespugli selvatici.

Solo scorci vedrò

di questi paesaggi,

non saprò dove porta

questo sentiero.

Devo già proseguire

per altre vie.

RIFLESSIONI DA “ITACA” DI KAVAFIS

E poi non tutti gli uomini sanno

qual è la loro Itaca,

né se ne hanno una, solida e rocciosa,

hanno nel loro cuore più patrie

e nessuna,  temono

dentro di sé i Ciclopi tremendi

e i Lestrigoni, e sanno già

che i vicini possono

nascondere mostri peggiori–

“è già tutto avvenuto ai nostri padri,

e noi che abbiamo subito

 e perduto,  forse domani, anche noi

minacciati nella nostra casa,

solidarietà e paura,

comprensione e  diffidenza,

saremo mostri  …  o vittime di nuovo;

conosciamo il valore di un pezzo di terra

che sia nostro, più di quelli

che non ne sono mai stati

dolorosamente privati,

sappiamo già come può essere

 precaria la convivenza fra diversi-“

Avere più anime è il loro destino,

la loro immensa ricchezza

immateriale, di rado riconosciuta,

le contraddizioni il pane quotidiano,

e ne sono spaventati e orgogliosi:

qui nel mondo dello spirito

qualcuno trova un’Itaca,

rifugio che può essere

un’isola errante nell’oceano,

instabile di fronte alle tempeste;

o per altri una solida roccia

con le radici nel fondo del mare.

E alcuni che fingeranno di assomigliare

a quelli che vivono

dove essi sono approdati,

perderanno la propria anima–

“Viaggiare col pensiero

nei luoghi della conoscenza,

fra le diverse identità dell’uomo,

le sue contraddizioni

e visioni della natura,

è per me trovare una specie di patria,

conoscere l’unica terra dove sono a casa,

ho spesso pensato, affascinata

dal sapere; ma anche qui devo affrontare

 temibili mostri umani,

che emergono dalla storia

e dal presente, portatori di menzogna,

e l’angoscia ricorrente

della perdita definitiva

e della giustizia tradita,

invocare tutti gli dei dell’inconscio

e Cristo Signore della sofferenza –”

Non c’è conoscenza senza dolore,

lo sappiamo,

ma ciascuno lo deve riscoprire:

il viaggio è Itaca ed è il ritorno: difficile

 esprimerne  il fascino e lo strazio.

poesie e altro

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