Ho “visto” Venezia

 Venezia, l’ho “vista” per la prima volta dall’ Istria,

la guardavo nelle sue cittadine sulla sponda rocciosa e aspra

dell’Adriatico, di fronte – era il mio primo viaggio in Istria –

e non me le aspettavo così – mi veniva da piangere –

un passato secolare sussurrava dalle pietre

dalle case dalle piazze una Venezia più semplice e povera,

ariosa pungente nell’erba e nei cespugli ispidi dell’estate,

aromi di salvia e di frutta matura. Pietra bianca e terra rossa.

Quelli che l’abitavano sono andati via, ora ci sono altri

parlano un’altra lingua, bella ma in dissonanza con i luoghi.

Come se tornando a Venezia trovassi la gente del posto che parla tedesco.

Alcuni nati lì tornando si aggiravano

nei luoghi della loro infanzia, commossi,

e li mostravano ai familiari e agli amici.

Forse per loro una folla di voci istro-venete animava ancora le calli

le rive le marine.

Turisti, molti italiani, inconsapevoli della frattura che ha svuotato

i paesi e le cittadine dei loro abitanti; a loro le pietre non riuscivano a dire nulla – perché c’è ancora in giro qualche leone e perché quei posti assomigliano tanto a Venezia – ignari che c’era stata un’apocalisse.

Stupiti e increduli se qualcuno di noi vi faceva cenno.

Per me, ribaltamento di prospettiva: a Venezia abito come una di fuori,

qui sconvolta le appartengo come al centro della mia galassia. “Il mare che unisce”

ho scoperto che cosa vuol dire.

 

 

 

 

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