l’immagine di un attimo fuggente

Oscillanti nel vento

foglie d’ulivo

scintillano di maggio.

 

Raggio di luce sfugge

alle nuvole:

screzia d’oro le foglie.

 

Sul ramo più alto

del ciliegio si schiude

la prima gemma.

 

Strisce di pioggia a maggio:

lame di luce

accendono un ciliegio.

 

La luce chiara di marzo

cruda attraversa

rami spogli e contorti.

 

Verde peluria sui rami

di primavera

tenera come un pulcino.

 

Le foglie degli ulivi

luce e materia

in armonia nel vento.

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Isole

Qualche isola appena

ho esplorato nel mare

credendo di conoscere,

solo alcune stelle

e un tratto di orizzonte

fuggevolmente

ho intravisto.

Quello che non dico

Quello che non dico

è un frutto maturo,

rompe la buccia

in crepe sottili,

la polpa gonfia

di succhi.  Ormai

solo un coltello

dolorosamente

potrebbe aprirlo.

 

“il mio cuore bussa” di Marina

poesie e altro

C’è sempre un procedere a ritroso
laghi e fiumi, pianure
qui si perde l’ultima luce –
cadono dai rami silenziose parole
le stacchi come frutta

spesso procedi a sbalzi
storditi sul tempo vuoto –
nel ventre notturno filtrano voci
guardi in alto, qualcuno sparge
folate improvvise di stelle

nello spazio deserto un cuore bussa

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PRIMAVERA

Dalla rubrica “Breviario” di Gianfranco Ravasi sul supplemento del sole24ore di domenica 18 marzo 2018

     “L’importante è avere una volta tanto, nella vita, una primavera incantata, che vi accumuli in petto tanta luce, tanto splendore da dorare tutti i giorni a venire.”

Aveva 22 anni quando Rainer Maria Rilke scriveva queste righe in uno dei suoi racconti, intitolato appunto Primavera incantata.

Mare notturno

Mare notturno

punteggiato di luci

è il non-sapere.

Un abisso di gioia

talora intravvedo

e in trepida attesa

batte il mio cuore:

immersa scruto

il fondo che sfugge.

Wisława Szymborska il gatto

Questa è una parte di una poesia della Szymborska:

Il gatto in un appartamento vuoto

da “Elogio dei sogni

UN SECOLO DI POESIA CORRIERE DELLA SERA

a cura di Nicola Crocetti

pag. 189

introduzione e traduzione di Pietro Marchesani

 

Morire – questo a un gatto non si fa.

Perché cosa può fare il gatto

in un appartamento vuoto?

Arrampicarsi sulle pareti.

Strofinarsi tra i mobili.

Qui niente sembra cambiato,

eppure tutto è mutato.

Niente sembra spostato,

eppure tutto è fuori posto.

E la sera la lampada non brilla più.

………

Qui c’era qualcuno, c’era,

poi d’un tratto è scomparso

e si ostina a non esserci.

In ogni armadio si è guardato.

Sui ripiani si è corso.

Sotto il tappeto si è controllato.

Si è perfino infranto il divieto

di sparpagliare le carte.

Che altro si può fare.

Aspettare e dormire.

……….

 

ancora da Rilke

da “Lettere a un giovane poeta”   traduzione di Leone Traverso

pag. 60

Piccola Biblioteca ADELPHI

Noi non abbiamo alcuna ragione di diffidare del nostro mondo, ché non è esso contro di noi.  E se ha terrori, sono nostri terrori; se ha abissi, appartengono a noi questi abissi, se vi sono pericoli, dobbiamo tentare di amarli.  E se solo indirizziamo la nostra vita secondo quel principio, che ci consiglia di attenerci sempre al difficile, quello che ora ci appare ancora la cosa più estranea, ci diventerà la più fida e fedele.  Come possiamo dimenticarci di quegli antichi miti, che stanno alle origini di tutti i popoli?  i miti dei draghi, che si tramutano nel momento supremo in principesse; sono forse tutti i draghi della nostra vita principesse. che attendono solo di vederci un giorno belli e coraggiosi.  Forse ogni terrore è nel fondo ultimo l’inermità, che vuole aiuto da noi.

Rainer Maria Rilke

da “Lettere a un giovane poeta”   traduzione di Leone Traverso

pagg. 57-58

Piccola Biblioteca ADELPHI

E se torniamo a parlare della solitudine, si chiarisce sempre più che non è cosa che sia dato scegliere o lasciare.  Noi siamo soli.  Ci si può ingannare su questo e fare come se non fosse così.  È tutto.  Ma quanto è comprendere che noi lo siamo, soli, e anzi muovere di lì.  E allora accadrà che saremo presi dalle vertigini; ché tutti i punti, su cui il nostro occhio usava riposare, ci vengono tolti, non v’è più nulla di vicino, e ogni cosa lontana è infinitamente lontana.   Chi dalla sua stanza, quasi senza preparazione e trapasso, venisse posto sulla cima di una grande montagna, dovrebbe provare un senso simile: un’incertezza senza uguali, un abbandono all’ignoto quasi l’annienterebbe.  Egli vaneggerebbe di cadere o si crederebbe scagliato nello spazio o schiantato in mille frantumi; quale enorme menzogna dovrebbe inventare il suo cervello per recuperare e chiarire lo stato dei suoi sensi. …….   Ma è necessario che noi consumiamo anche questa esperienza.

 

La locanda

È come una locanda l’essere umano,

ogni mattina, qualcuno che arriva.

 

Gioia, tristezza, squallore,

rapidi e fuggevoli si presentano alla coscienza,

visitatori inattesi.

 

Accoglili di buon grado!

Anche se una folla di afflizioni

irrompe impetuosa nella tua casa

spazzando via ogni arredo,

 

onora ogni ospite.

Forse ti sta ripulendo

per prepararti a un piacere nuovo.

 

Pensieri cupi, vergogna, risentimenti:

apri loro la tua porta ridendo,

invitali a entrare.

 

Ringrazia chiunque si presenti,

perché è una guida

che ti è stata mandata da lontano.

 

La locanda (Gialal ad-Din Rumi) – Una poesia del più grande poeta
mistico persiano, fondatore della confraternita sufi dei dervisci: l’ho presa da

“MINDFULNESS”  di Segal, Williams e Teasdale

edizione italiana a cura di Fabio Giommi

pag. 213   È stata tradotta in italiano da una traduzione in inglese.

Jalal Ad Din Rumi Mawlânâ  (“nostro signore”)

Jalâl ad-Dîn Rûmî  (Mowlânâ Jalâloddîn Rûmî in persiano, Mevlâna Celâleddin Rumi in turco), nato a Balkh da genitori di lingua persiana nel Khorâsân nel 1207 e morto a Konya in Turchia nel 1273,  (Balkh, 30 settembre 1207Konya, 17 dicembre 1273) è stato un ʿālim, teologo musulmano sunnita, e poeta mistico di origine persiana.  Fondatore della confraternita sufi dei “dervisci rotanti” (Mevlevi), è considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana e uno dei più grandi mistici in assoluto.  In seguito alla sua dipartita i suoi seguaci si organizzarono nell’ordine Mevlevi, con i cui riti tentavano di raggiungere stati meditativi per mezzo di danze rituali e musica (nella quale predominante era il suono del flauto ney, da Rumi esaltato nel proemio del suo Masnavī). L’ordine fu guidato dopo la sua morte dal figlio Sultân Walad. Le sue opere sono costantemente studiate e meditate da più di settecento anni.

« O uomo! Viaggia da te stesso in te stesso. »

Mawlānā Jalāl al-Dīn Balkh

Esibizione di Dervisci, Turchia

 

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