BRACCIA PROTESE

Braccia protese nello spazio,

occhi vaganti nel cielo –

l’illusione del volo –

i sensi vigili cercano sentieri,

e la mente astrazioni di vetro

fughe trasparenti di stanze.

Eppure sfuggono a me le pareti,

come a Merlino nel carcere d’aria,

informi impenetrabili esterne

ed interiori.

Non percepibile Non finito

Non conoscibile Privo di forma.

Così so immaginare quanto non so

solo così.

 

Secondo alcune versioni della leggenda Merlino, mago, profeta, rielaborazione probabilmente di un antico dio o démone, consigliere di re, fu convinto da Viviana – o Ninian – giovane donna intelligente e di grande fascino, maga e sua discepola, a rivelarle tutti i suoi segreti; e così lei lo rinchiuse in una prigione d’aria. Da allora Merlino può apparire solo nei sogni. Ninian diventò consigliera di Artù al posto di Merlino.

 

 

 

 

 

 

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Adamo e noi

E Adamo mentre nell’ Eden vi guardava –

filo d’erba sasso scorrere d’acqua cavallo veloce –

contemplando nell’ inconsapevolezza

ormai sfuggente

la propria immagine nel tutto,

si illuminò di meraviglia e tremò di paura.

Ed ora l’acqua che scorre è torrente fiume cascata –

l’argilla mattone l’albero sedia –

Indifferenti vi diamo un nome in funzione nostra,

noi menti incorporee di fronte all’universo,

noi orgogliosa confusa immagine di un Dio.

Nulla – filo d’erba sasso legno argilla mare –

di noi sapete.  Insieme dal limo primordiale

ignari esistiamo.

Ho “visto” Venezia

 Venezia, l’ho “vista” per la prima volta dall’ Istria,

la guardavo nelle sue cittadine sulla sponda rocciosa e aspra

dell’Adriatico, di fronte – era il mio primo viaggio in Istria –

e non me le aspettavo così – mi veniva da piangere –

un passato secolare sussurrava dalle pietre

dalle case dalle piazze una Venezia più semplice e povera,

ariosa pungente nell’erba e nei cespugli ispidi dell’estate,

aromi di salvia e di frutta matura. Pietra bianca e terra rossa.

Quelli che l’abitavano sono andati via, ora ci sono altri

parlano un’altra lingua, bella ma in dissonanza con i luoghi.

Come se tornando a Venezia trovassi la gente del posto che parla tedesco.

Alcuni nati lì tornando si aggiravano

nei luoghi della loro infanzia, commossi,

e li mostravano ai familiari e agli amici.

Forse per loro una folla di voci istro-venete animava ancora le calli

le rive le marine.

Turisti, molti italiani, inconsapevoli della frattura che ha svuotato

i paesi e le cittadine dei loro abitanti; a loro le pietre non riuscivano a dire nulla – perché c’è ancora in giro qualche leone e perché quei posti assomigliano tanto a Venezia – ignari che c’era stata un’apocalisse.

Stupiti e increduli se qualcuno di noi vi faceva cenno.

Per me, ribaltamento di prospettiva: a Venezia abito come una di fuori,

qui sconvolta le appartengo come al centro della mia galassia. “Il mare che unisce”

ho scoperto che cosa vuol dire.

 

 

 

 

Non solo di casa

Non solo di casa, non solo di passaggio

sono vissuta come una turista in ciascuna delle mie città,

assaporando ogni istante in cui mi sentivo a casa,

come non fa nessuno che appartenga veramente a un posto.

A S.Ambrogio nelle albe limpide in bicicletta

sul pavé sconnesso – oro di mosaici geniale semplicità di forme e mattoni –

e perfino in metropolitana quando salgo e scendo di corsa gli scalini

una che corre come gli altri milanesi indaffarati.

E a Venezia, andando su e giù per vaporetti

girando con disinvoltura per calli e ponti per incontrare le nuove amiche;

di nuovo dopo anni come se fossi da sempre lì –

e il Lido con i vaporetti, le corse e le campane della nebbia;

i suoi colori ho imparato a vederli dopo essere stata a Milano – grigia di asfalto e di cemento – il mio mare basso spesso torbido e la sabbia dorata, tramonti sulla laguna e tanto cielo.

Un altro mare quello vero non era più mio: limpido e profondo con rive aspre e sassose mi aspettava “di là” non più mio prima ancora che lo vedessi – culla mitica dei miei genitori le sue coste approdo perduto – … Ma io vengo da altrove

e penso che prima o poi dovunque mi smaschereranno come un’intrusa.

Perché sono nata a Venezia ma dell’esodo dei genitori ho raccolto un’immensa e confusa eredità immateriale insieme ad una invisibile solitudine. Non abbastanza diversa da suscitare interesse non abbastanza simile da avere lo stesso modo di affrontare la vita; differenze di mentalità prese per stranezze personali.

Nascondere tacere che la mia musica è diversa – sassolini che insieme fanno un muro – gocce che scavano – rivoli che diventano torrente. Anche la musica del bene e del male – confusione di buoni e cattivi peccati e virtù – non è la stessa.

Allora si guarda si imita si vive come se.

Così sono qualcosa che non esiste più e quello di nuovo che avrei potuto diventare, la storia che è una sprecona ha cercato di buttarlo via senza neanche guardarlo bene.   Noi e Loro Noi e Loro… Io sogno i nostri e i loro colori mentre mi risuonano nella mente e nel corpo le musiche di altri, i suoni di altre lingue e gli echi di altri passati.

 

Il mio mondo di frammenti

Frammenti di altre lingue . . . di altre storie

– parole di cucina tedesche e ungheresi –

– canzoncine e poesie tedesche –

– coccole italiane e slave –

Un dialetto diverso dal veneziano.

Nata a Venezia, ma non veneziana – fuori, i foresti

“questo” non lo capiscono proprio.

Ma i veneziani veri sanno distinguere bene, i bambini ridono –

E allora parlo sempre in italiano.

– la nostra gente – gente delle nostre parti – noi e loro –

Sono ancora troppo piccola perché mi raccontino della amara accoglienza,

dell’”Andate via” e di tutto il resto.

“Le ragazze fiumane, troppo libere, poco perbene”

Un mare – di là – c’è un “dilà“ a me ignoto –

un vero mare profondo limpido trasparente –

sassi roccia pulita, non sabbia cedevole appiccicosa.

Persone e città e oggetti hanno molti nomi ed è normale –

ma solo per me – troppo piccola per capire

che dietro c’è lo spessore della storia d’Europa –

di un complicato lembo di Europa.

Una folla di voci nell’aria –

nomi italiani e stranieri –

non familiari e non estranei –

persone sconosciute – vista qualcuna –

una volta – forse – altrimenti solo

fantasmi dalle storie appena sussurrate – fra i grandi

e magari in un’altra lingua – ai bambini si nascondono gli orrori.

Anche storie raccontate, nascite matrimoni studio lavoro.

Non persone vive – vicine – non un ambiente.

A poco a poco hanno taciuto – svaniti molti legami –

morti, i vecchi prima, i coetanei dopo.

I figli i giovani neanche si conoscono.

Però il leggendario zio di Fiume

tornato dal Giappone è comparso

improvvisamente qualche anno dopo – c’era nella famiglia un’appendice ungherese.

Lavoro nelle ambasciate, moglie ungherese.

Matrimonio finito da tempo figlia due generi nipoti –

nomi difficili suoni affascinanti una sfida pronunciarli –

persi o quasi dietro la cortina di ferro.

Sono curiosa ma ormai poco mi sorprende –

terre mitiche il Giappone e l’Ungheria.

L’imprinting del gusto giapponese – essenziale –

e il profumo delle pasticcerie di Budapest.

Sussurri fra i grandi di misteriose avventure.

Scrittore, tombeur de femmes.

La prima volta che ho sentito parlare di “Mitteleuropa” –

allora non era di moda – lui parlava ungherese, inglese, giapponese

francese e forse altre lingue.

Splende l’oro della liturgia ortodossa

nel ricordo di mio padre –

il canto delle suore serbe a Fiume in una chiesa –

e si confonde con l’oro di S. Marco.

Oro e penombra mi inondano evocati dal vinile –

musica della liturgia ortodossa e la morte di Boris Godunov

cantati da Boris Christoff – l’oro del divino e l’oro del potere.

La cognizione del dolore. L’imprinting del sacro.

 

 

 

A mia madre

BIANCA MARIA
A MIA MADRE

Forse in qualche momento di tregua
dal dolore e dall’affanno,
(miracolo della chimica),
fra il vacillare della coscienza
e l’irrompere del sogno,
ti ha invaso il respiro del tuo mare
profondo e trasparente,
cullandoti come un tempo
sotto il cielo luminoso.
E ancora forse, nel sollievo dell’ultimo respiro,
nell’attimo finale che qualcuno dice eterno,
ti sei abbandonata al mare divino,
increspatura che freme lieve,
creata da un réfolo di vento,
spruzzo di un’onda che gioca
con un bambino,
-come ride e le tende la manina,
dalla sua riva sassosa! –
goccia che vaga portata dalle correnti
oltre…. ancora…. oltre….

LUNGO TRAMONTO

Filigrana di luce

ombra improvvisa

dei folti rami,

lampo e luce radente.

Tutto si muove al réfolo

breve di vento.

Poi tutto è immobile

nel lungo presente

della luce al tramonto.

ORCHESTRA E SOPRANO

Note zampillano nella penombra

pioggia trasparente fontane diffuse

di molteplici echi.

 

Voce piena di donna – sgorga una polla

l’orchestra dilaga in crescendo –

arco chiaro nel grigio.

 

Musicale onda di luce

nel lago silenzioso del pensiero;

il corpo freme, gola e cuore e ventre,

vibra in attesa di una fuggevole Grazia

– finalmente.

l’immagine di un attimo fuggente

Oscillanti nel vento

foglie d’ulivo

scintillano di maggio.

 

Raggio di luce sfugge

alle nuvole:

screzia d’oro le foglie.

 

Sul ramo più alto

del ciliegio si schiude

la prima gemma.

 

Strisce di pioggia a maggio:

lame di luce

accendono un ciliegio.

 

La luce chiara di marzo

cruda attraversa

rami spogli e contorti.

 

Verde peluria sui rami

di primavera

tenera come un pulcino.

 

Le foglie degli ulivi

luce e materia

in armonia nel vento.

Isole

Qualche isola appena

ho esplorato nel mare

credendo di conoscere,

solo alcune stelle

e un tratto di orizzonte

fuggevolmente

ho intravisto.

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